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lunedì 24 ottobre 2016

Non si va oltre al titolo (Il canto del cigno del redattore)

Anni fa la prendevo sul ridere: a Satellite mi cambiavano sempre i titoli degli articoli. Sempre.
Ma lo facevano per un validissimo motivo: il caporedattore era un genio e trovava sempre dei fantastici giochi di parole con le serie di cui scrivevo.
A me non venivano in mente: mi concentravo sul contenuto, limitandomi ad anticipare - per quanto possibile - l'argomento dell'articolo nel titolo.
Poi sono arrivati i social network.
Tempo qualche anno, e il titolo ha preso il posto dell'articolo: tutti a commentare i post condivisi senza averne letto il contenuto.
Gioco forza, il titolo si è trasformato: è diventato il cattura-lettore.

domenica 28 febbraio 2016

La dura vita dello scrittore (e del giornalista)

Ho sempre pensato che la capacità di mettersi in discussione sia l’elemento che fa la differenza fra migliorare nella vita e nel lavoro, oppure scegliere di restare sempre uguali a se stessi.
Tutti noi cresciamo, inevitabilmente.
Ho appena compiuto quarantuno anni e non me li sento per niente, a volte. In altre occasioni, mi accorgo di fare e pensare “cose da quarantenni”, in modo naturale.
Scrivere è la stessa cosa: se sei uno scrittore, a volte ti accorgi di aver prodotto qualcosa di nuovo, in altre occasioni ti sembra di essere ancora il ragazzino aspirante giornalista o scrittore, o critico, di una volta.

venerdì 6 dicembre 2013

Ciao Madiba. Riposa in pace… e perdonaci

La notizia è ovunque. Nelson Mandela ci ha lasciati.
Ha vissuto una vita unica, che dovrebbe essere d'esempio a tutti noi.
Eppure la sua scomparsa, una grande perdita per tutta l'umanità, è stata l'ennesima occasione di sfoggio dell'italica ignoranza.
Il bello di internet è che i quotidiani possono anche correggere le bestialità pubblicate, ma gli screenshot sono più veloci.
Il Giornale e Il Messaggero (ce n'era anche un terzo, perché la moda del copia e incolla non passa mai, ma me lo sono perso nella frenesia - aggiornamento successivo, recuperato: era Il Mattino) hanno titolato "Nelson Mandela, il padre dell'apartheid, muore a 95 anni".

mercoledì 4 gennaio 2012

Pressapochismo tutto italiano

Lo spunto viene dal video (l'ho inserito qui sotto) che ho girato per il mio canale del tubo, con i conisigli - tutti legati al mio personalissimo punto di vista, è evidente - per diventare giornalisti specializzati.
Quando ho postato il video, mi è stato scritto da più persone su Facebook, Twitter e YouTube che i miei consigli sembravano esagerati. Leggasi: un percorso di studi, più tanta pratica, più uno studio continuo e la visione (nonché la lettura) di tutto quello che c'è in circolazione per fare analisi approfondite delle serie tv e poi scriverne (senza trascurare l'importantissimo punto di vista della lingua italiana).
Ecco, tolto il fatto che questo "per me è troppo, basta un'infarinatura di base" per me è totalmente fuori dal mondo (infarinatura di base per un mestiere specializzato?) mi ha fatta riflettere sul pressapochismo del giornalismo italiano.




Su Studio Aperto ho già detto la mia, ironicamente, e non tornerò sull'argomento (lasciatemi però dire che quando vedo i servizi sulle mutande di Belen fatti da gente che ho sentito per anni parlar male di Mediaset e del giornalismo "di secondo livello" dei suoi TG, rido molto).

lunedì 2 agosto 2010

Adattati tu, che m'adatto anch'io

Okay, è passato un po' di tempo in effetti. La cosa mi è un attimo sfuggita di mano e questo post è caduto nel dimenticatoio.
Lo ripesco.
Di questi tempi, del resto, non si butta via niente. No?
L'ispirazione veniva dalla presentazione del nuovo Devoto-Oli (edizione 2011), fedele (e... devoto, appunto) compagno d'avventure quotidiane della sottoscritta.
Tale presentazione mi ha fatto venire in mente che bisogna cogliere l'attimo.
Così colgo l'occasione per levarmi un sassolino dalla scarpa. Anzi, due.

martedì 27 aprile 2010

La tv è (anche) una cosa seria

Cerchiamo di capirci.
A causa dei miei recenti interventi su Lost si è ripetuto ciò che era accaduto ai tempi del libro su Buffy: sono stata sommersa da messaggi al grido di "Sì, vabbè, che bello... Però evitiamo di prenderci troppo sul serio: è soltanto un telefilm". Con quell'uso un po' sprezzante del termine: telefilm. Come se fosse una cosa brutta.
Ora.
L'ho già spiegato in diverse occasioni, sia qui sul blog che sul Magazine di Fox: che i telefilm offrano intrattenimento, a volte anche un po' "scacciapensieri", è indubbio.
Ma che vadano presi sul serio anche solo per il fatto che sono seguiti da qualche milione di persone in tutto il mondo, che meritano rispetto, è altrettanto indubbio. E con "presi sul serio" intendo semplicemente "trattati in maniera professionale".  Almeno da chi, ad esempio, ne scrive per lavoro.
Se parlo del paradigma hollywoodiano, degli archetipi (per introdurre un'analisi di Lost) e della teoria del viaggio dell'eroe per spiegare un po' meglio i meccanismi narrativi (anche) televisivi, non è perché mi annoio.

venerdì 26 marzo 2010

La (mia) casta

Ci rifletto da un po'. Prima pensavo di scrivere una moderna "apologia del quarto d'ora di celebrità nella sua forma originaria", per cancellare con un colpo di spugna l'orrore a cui assistiamo ogni giorno in tv.

Poi ho deciso di allargare il discorso anche a chi, di televisione, scrive.
Come ben sapete, per una serie di trascurabili motivi (che riassumerei con un "conosci il tuo nemico"), da un po' di tempo ignoro le suppliche di amici e parenti e proseguo il mio masochistico e coraggioso viaggio nella tv generalista.
La cosa meravigliosa dello sforzo sovrumano fatto per guardare due puntate INTERE del Grande Fratello, una e mezza dell'Isola dei famosi e perfino una ventina di minuti di Barbara D'Urso a Pomeriggio 5, è che alla fine la fatica paga.
Perché ora, finalmente, ho capito.